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ISTITUZIONI DI ECONOMIA – Modulo n°3 – Lezione
n°1
Il marginalismo
In questa parte introdurremo brevemente la nascita e lo sviluppo del
marginalismo e accenneremo a temi che tratteremo abbondantemente nel corso
dell'esposizione successiva. Ci soffermeremo, infatti, dettagliatamente
sugli effetti che il nuovo approccio teorico ha prodotto sull'analisi
economica e sulla visione del funzionamento del sistema economico, dato
che buona parte della microeconomia ancora oggi studiata nei corsi
introduttivi deriva dalla teoria marginalista. Quanto segue dovrà,
dunque, essere considerato come un primo cenno a temi e problemi che
saranno sviluppati successivamente.
Attorno al 1870 cambia radicalmente l'approccio allo studio dei problemi
economici. Dalla visione macroeconomia, che aveva caratterizzato l'analisi
economica premarginalistica, si passa ad una visione di microeconomia. Le
classi sociali che nell'edificio dei fisiocrati, dei classici e di Marx,
erano stati i grandi attori della vita economica, scompaiono dalla scena e
vengono sostituite dall'agente economico. La teoria "oggettiva"
del valore (teoria
del valore-lavoro) che era stata al centro della
costruzione classico-marxiana e che aveva fatto dipendere il valore dei
beni da una componente oggettiva (quantità di tempi di lavoro) presente
al loro interno, viene sostituita da una nuova teoria del valore, la teoria
dell'utilità marginale. Essa, rappresenta una teoria soggettiva
del valore, poiché non fa dipendere il valore da un elemento oggettivo,
ma dalla capacità che i beni hanno di soddisfare i bisogni del soggetto.
Esso viene, dunque, determinato dal rapporto tra soggetto e oggetto e
dalle scelte degli agenti economici.
La domanda ed il consumo (e non più la produzione e l'offerta come negli
economisti classici e in Marx) divengono il punto di partenza degli
economisti marginalisti. Sullo sfondo si intravede la filosofia
utilitaristica di J. Bentham, che considera
l'individuo come un soggetto edonistico, impegnato nella scelta tra
alternative diverse in funzione del perseguimento del massimo livello di
soddisfazione.
In effetti con la rivoluzione marginalista o neoclassica, cambia
profondamente l'oggetto stesso della teoria economica, che viene
ricondotta ad una teoria delle scelte razionali degli individui. Il
mercato è dunque visto come il risultato dell'interazione tra i diversi
individui che fanno le loro scelte. Si capisce come la teoria diviene
soggettiva, poiché ci concentriamo sulle scelte individuali dei soggetti
economici. Ma in base a che cosa queste scelte sono effettuate?
I primi autori marginalisti parlano dell'homo economicus, cioè di un
ipotetico soggetto che compie le proprie scelte solo in base a regole
economiche e non ha altre dimensioni. L'homo economicus è un individuo
che ha essenzialmente solo due sensazioni, una positiva e una negativa: la
gioia provata nel consumare beni e servizi e la pena provata nel lavorare
o comunque nello sforzarsi per ottenere i beni e i servizi che vuole
consumare. La pena cui bisogna sottoporsi per ottenere la soddisfazione
rappresentata dal consumo dei beni dipende dalla loro scarsità. Per
ottenere i beni occorre lavorare o comunque fare una scelta che implica
una rinuncia: data la scarsità delle risorse a nostra disposizione
scegliere l'alternativa A significa rinunciare all'alternativa B (e ai
suoi benefici).
Inoltre l'homo economicus è caratterizzato come essere altamente
razionale e motivato unicamente dal proprio interesse personale.
In genere gli economisti marginalisti o neoclassici presumono che gli
esseri umani operino scelte che rechino loro il massimo vantaggio nelle
circostanze in cui si trovano ad agire. Le circostanze includono i prezzi
delle risorse, dei beni e dei servizi, un reddito limitato, una
determinata tecnologia per trasformare le risorse in beni e servizi, oltre
che tasse, leggi e regolamenti, ed altre limitazioni oggettive alle scelte
che gli individui operano. Il tipo di razionalità considerata impone che
gli individui si impegnino a conoscere tutte le condizioni e tutte le
alternative possibili date quelle condizioni e scelgano quindi
l'alternativa in assoluto migliore.
Peraltro bisognerebbe subito modificare quanto appena detto. In effetti
l'economia neoclassica non presuppone che gli esseri umani concreti e
reali siano razionali e mossi unicamente dall'interesse personale. Lo è
però l'homo economicus, che è un astrazione rispetto all'uomo concreto.
Tuttavia la maggior parte degli economisti neoclassici assume che il
sistema economico funziona come se gli uomini concreti fossero persone
razionali ed auto-interessate. Dopo tutto sono i valori medi che vengono
presi in considerazione per questi scopi. Le persone sono molto varie:
subdole e altruiste, intelligenti e non, ma se la persona media è
razionale e auto-interessata, allora il sistema "funziona come
se" la gente in genere fosse razionale e auto-interessata. Almeno
questa è la base dell'economia "neoclassica": si presume che le
deviazioni dalla razionalità e l'interesse personale siano casuali e si
annullino a vicenda e che pertanto il sistema funzioni come se tutti
fossero razionali e auto-interessati. Di conseguenza, l'economia
neoclassica studia un sistema economico che consiste di persone razionali
e auto-interessate.
A questo punto possiamo tornare alla definizione di Robbins di economia
politica: il problema economico consiste in un problema di allocazione di
risorse scarse tra possibili usi differenti. Il problema economico nasce
in condizioni di scarsità: si tratta di scegliere tra alternative
differenti che non sono tutte contemporaneamente ottenibili perché le
risorse a nostra disposizione non sono illimitate. L'homo economicus
sceglie l'alternativa migliore tra tutte quelle disponibili sulla base di
un calcolo razionale. Si tratta quindi di mostrare come si svolge questo
calcolo razionale.
Ma c'è di più: l'economia marginalista prosegue mostrando come le scelte
di individui auto-interessati interagiscano tra loro. Niente a priori
sembrerebbe garantire che i comportamenti e le azioni di tanti agenti che
cercano di massimizzare il proprio benessere siano compatibili tra loro.
Potrebbe anzi apparire probabile che senza un'autorità superiore che dica
agli innumerevoli agenti cosa debbono fare, il risultato delle loro azioni
non coordinate tra loro a priori sia il caos e non un cosmo ordinato. Al
contrario, la teoria marginalista si propone di spiegare la ragione per la
quale l'interazione di queste scelte, attraverso il mercato e quindi senza
una pianificazione centrale dall'alto, dia luogo ad un ordine capace di
riprodursi, cioè a una situazione "ottima", in sostanza cioè
al più efficiente dei risultati possibili. La teoria marginalista,
quindi, studia il comportamento individuale dei singoli agenti al fine di
comprendere il meccanismo di funzionamento del mercato. Concetto
essenziale della teoria marginalista è quindi il concetto di equilibrio,
che può essere riferito sia ai singoli individui che al mercato. Un
individuo ha raggiunto una situazione di equilibrio quando, date le
circostanze in cui si trova, non può più fare nulla per ottenere
risultati migliori. In questo caso non ha alcuna convenienza a mutare le
proprie scelte finché non cambiano le circostanze (cioè i dati del
problema). Analogamente possiamo dire che date le molteplici circostanze,
il mercato è in equilibrio quando prezzi e quantità scambiate rimangono
costanti. Tutti i singoli agenti hanno contemporaneamente raggiunto la
propria situazione di equilibrio e non rivedono le loro scelte: di
conseguenza anche il mercato è in equilibrio. Le scelte massimizzanti dei
singoli soggetti, sia pure apparentemente non coordinate tra loro, si sono
rilevate compatibili. Il coordinamento è di carattere
"impersonale" e è fornito dal mercato. Uno dei compiti
principali della scienza economica, secondo gli economisti marginalisti,
è appunto spiegare come funziona questo coordinamento e come esso tenda a
creare situazioni di equilibrio.
Com'è stato giustamente rilevato, uno dei presupposti fondamentali della
concezione marginalistica è stato certamente costituito dall'applicazione
del calcolo infinitesimale all'analisi economica, attraverso il concetto
di margine, attraverso il quale si può esprimere sinteticamente e
rigorosamente la "regola", cioè il comportamento, che gli
individui razionali seguono nel massimizzazione degli obiettivi dei
soggetti economici. Di conseguenza l'enfasi, quando si parla di utilità
marginale, va posta proprio sull'aggettivo marginale e sulle conseguenze
che esso implica per l'approccio economico. Si ipotizza la divisibilità
di un bene in dosi infinitesime e la capacità del soggetto di valutare il
livello di soddisfazione ricavabile dal consumo di ogni dose. Vedremo tra
poco gli effetti che questa visione determinerà per l'analisi economica.
Tuttavia non è un caso che almeno i primi marginalisti abbiano cominciato
lo studio del comportamento degli uomini, come soggetti razionali
auto-interessati, partendo dal concetto di utilità: l'attività economica
ha per fine ultimo il consumo, e si consuma un bene perché traiamo da
esso utilità. Di conseguenza, se siamo interessati allo studio degli
effetti dell'interazione delle scelte degli individui sul mercato, siamo
naturalmente indotti a partire dall'utilità.
Gli autori, che realizzano quella che fu definita come la "rivoluzione
marginalista" (introducendo quasi contemporaneamente ed
indipendentemente l'uno dall'altro nelle loro opere categorie ad essa
riconducibili), sono stati tre: l'inglese William Stanley Jevons
(1835-1882), che nel 1871 pubblicò la Theory of Political Economy;
l'austriaco Carl. Menger (1840-1921), fondatore della scuola austriaca che
sempre nel 1871 pubblicò i Principi fondamentali di Economia Politica
e il francese Leon Warras (1837-1910), che tre anni dopo Jevons e Menger
ed indipendentemente da essi, pubblicò gli Elementi di economia pura.
Taluni aspetti essenziali, relativamente ai fenomeni dell'utilità e della
sua valutazione,erano stati anticipati da un autore vissuto nella prima
parte dell'Ottocento: Hermann Heinrich Gossen (1880-19??).
Gossen in un'opera (rimasta pressoché sconosciuta fino agli anni
Settanta), Sviluppo delle leggi del commercio umano (1854)
ha contribuito a costruire quella svolta soggettivistica nell'ambito
dell'economia che trionferà dopo il 1870. In particolare, egli definì
due degli elementi principali del nuovo approccio che, non casualmente,
sono passati alla storia come la I e la II legge di Gossen.
La I legge di Gossen o dell'utilità marginale decrescente afferma
che il livello di soddisfazione (o utilità) connesso con il consumo di
dosi successive di uno stesso bene è via via decrescente. Ciò è
immediatamente evidente sul piano intuitivo. Ad un uomo affamato la prima
dose di cibo consumata procura un alto livello di soddisfazione, ma dosi
successive dello stesso cibo, per effetto del progressivo appagamento del
bisogno, procureranno livelli di soddisfazione decrescenti fino alla
sazietà.
Supponiamo che le successive dosi di cibo apportino ad un individuo
l'utilità marginale come rappresentato nella seguente tabella:
DOSI
|
UTILITA'
MARGINALE
|
1
|
80
|
2
|
30
|
3
|
18
|
4
|
14
|
5
|
10
|
6
|
5
|
7
|
3
|
L'utilità marginale, giova ripeterlo, si riferisce alle singole dosi
via via consumate.
Possiamo rappresentare graficamente la legge dell'utilità marginale
decrescente. Gli istogrammi rappresentano l'utilità marginale, cioè
l'utilità di ciascuna successiva dose per l'individuo. Sulle ordinate le
dosi successive consumate. La soddisfazione arrecata da ciascuna unità
consumata è via via minore, mano a mano che aumentiamo il numero delle
dosi consumate e quindi gli istogrammi sono di altezza via via minore.

Se supponiamo che l'unità di misura sia sufficientemente piccola
possiamo rappresentare la relazione che lega l'utilità marginale
(variabile dipendente) alla quantità (variabile indipendente, attraverso
una curva continua. Poiché la teoria dell'utilità marginale afferma che
successive dosi di beni apportano una soddisfazione decrescente, la curva
che rappresenta l'utilità marginale è anche essa decrescente.

Si noti che in questo modo abbiamo una spiegazione teorica del perché
quando diminuisce il prezzo di un bene siamo disposti ad acquistarne una
quantità maggiore (gli economisti, come vedremo nel prossimo capitolo,
parlano di curva di domanda decrescente). Se siamo in grado di stabilire
un unità di misura dell'utilità in termini di moneta, la curva
dell'utilità marginale può essere modificata immediatamente in una curva
di domanda, che mette in relazione i prezzi con le quantità che siamo
disposti ad acquistare: poiché l'utilità marginale decresce mano a mano
che consumiamo una quantità maggiore del bene, siamo disposti ad
acquistarne di più solo se dobbiamo pagare un prezzo minore (cioè
dobbiamo sacrificare per ogni unità del bene una quantità minore della
moneta che cediamo in cambio). Per essere più precisi, ci conviene
acquistare un'unità in più del bene solo se l'utilità di questa dose è
maggiore dell'utilità della moneta che cediamo. Quando l'utilità
marginale del bene eguaglia l'utilità della moneta ceduta, abbiamo
ottenuto tutti il beneficio massimo dello scambio e fermiamo i nostri
acquisti.
Ovviamente, se le utilità marginali sono decrescenti, questo non vale per
l'utilità totale, che rappresenta la somma dei livelli di soddisfazione
(e quindi delle utilità marginali relative alla singole dosi) realizzati
dal soggetto attraverso il consumo di tutte le dosi di beni acquistate.
QUANTITA'
|
UTILITA'
MARGINALE
|
UTILITA'
TOTALE
|
1
|
80
|
80
|
2
|
30
|
110
|
3
|
18
|
128
|
4
|
14
|
142
|
5
|
10
|
152
|
6
|
5
|
157
|
7
|
2
|
161
|
Come si vede dalla tabella l'utilità totale è pari alla somma delle
utilità marginali delle dosi consumate (ad esempio consumo tre dosi di
cibo l'utilità totale è pari a 80+30+18=128). Per converso l'utilità
marginale è la variazione dell'utilità totale dovuta al consumo di
un'unità in più del bene (in termini matematici si scrive UT/
Q , cioè il rapporto tra la
variazione dell'utilità totale UT e la variazione della quantità Q. Il
lettore dovrebbe notare due cose: 1. le variazioni sono sempre indicate
dalla lettera greca delta e 2. quando si parlerà di grandezze marginali
ci si riferirà sempre al rapporto tra la variazione della variabile
dipendente e la variazione della variabile indipendente). La utilità
marginale della terza dose di cibo consumato è allora ricavabile dalla
tabella delle utilità totale calcolando la variazione, cioè 128-110=18.

Gli istogrammi rappresentano ora non più la soddisfazione dovuta al
consumo di ciascuna dose, ma la soddisfazione totale del consumatore mano
a mano che aumenta il consumo. Così il primo istogramma rappresenta la
soddisfazione dovuta al consumo di una dose, il secondo al consumo
complessivo di due dosi, il terzo al consumo complessivo di tre dosi e la
quarta al consumo complessivo di quattro dosi.

La II legge di Gossen, o legge delle utilità marginale ponderate,
dice che il soggetto potrà raggiungere il livello massimo di
soddisfazione solo se avrà speso il suo reddito in modo da eguagliare il
rapporto tra le utilità marginali dei beni acquistati e i loro prezzi di
mercato. Qui siamo già alla regola fondamentale della scelta
massimizzante, regola che sarà ripetuta infinite volte dalla
microeconomia, applicandola ai diversi problemi. Nella sua formulazione
applicata alla scelta del consumo, possiamo esprimerla in questi termini.
Il nostro soggetto deve scegliere quali beni acquistare con un reddito
limitato, il che significa che non può consumare i beni fino a soddisfare
completamente i suoi bisogni: resta sempre un margine di insoddisfazione.
Per semplificare supponiamo che la scelta sia limitata a due soli beni
(diciamo il cibo e CD) e il suo reddito (poniamo giornaliero) sia di 120
Euro. Il prezzo del cibo sia di 10 Euro e quello dei CD di 20 Euro.
Il nostro soggetto deve seguire delle regole precise per raggiungere il
miglior risultato possibile (la migliore allocazione del suo reddito
scarso tra CD e cibo.
La prima cosa che il nostro soggetto deve fare è interrogarsi sull'utilità
che il consumo delle diverse quantità di cibo e CD gli arreca e vedere
quale è la combinazione (gli economisti parlano di paniere) tra cibo e CD
che gli consente di ottenere l'utilità totale complessiva (cioè la somma
delle utilità totali del cibo e dei CD) più alta.
La regola per massimizzare l'utilità totale è fare in modo che l'ultima
lira spesa per acquistare cibo arrechi al consumatore la stessa
soddisfazione dell'ultima lira spesa per acquistare CD, cioè fare
confronti al margine. Detto così suona a prima vista bizzarro, ma la
logica è stringente. Il consumatore può partire da una combinazione
(paniere) presa a caso di cibo e CD che complessivamente costi a lui 120
euro e vedere se c'è qualche altra combinazione che abbia lo stesso
costo, ma che gli arrechi una soddisfazione superiore. Poiché non può
spendere più di 120 Euro, una combinazione differente non può essere
trovata che aumentando il consumo di un bene e diminuendo quello
dell'altro. Se spendo più per un bene devo spendere di meno per l'altro:
la somma della spesa per i due beni deve rimanere la stessa comunque vari
la composizione. Quando ad esempio l'utilità marginale del cibo,
ponderata per il suo prezzo è maggiore dell'utilità marginale dei CD
ponderata per il loro prezzo, mi converrà consumare più cibo e meno CD.
Infatti, consumando un'unità di CD in meno subisco una certa perdita di
utilità (pari all'utilità marginale del CD), che però risulta minore
del guadagno di utilità che otterrò consumando la quantità maggiore di
cibo che posso acquistare con la moneta che prima utilizzavo per comprare
un'unità di CD. Si tratta di fare cioè aggiustamenti al margine, di
sostituire il consumo di un bene ad un altro fino a quando non si può
migliorare ulteriormente la propria posizione. Si noti che se tutti i beni
avessero lo stesso prezzo basterebbe confrontare tra loro le utilità
marginali (rinunciando ad un CD posso acquistare un'unità di cibo, quindi
rinuncio all'utilità marginale del CD, ma ottengo in cambio l'utilità
marginale del cibo). Tuttavia i prezzi dei beni non sono gli stessi. Nel
nostro esempio, rinunciando ad un CD sono in grado di acquistare due unità
di cibo. Devo quindi rendere omogenee le misure delle perdite e dei
guadagni di utilità che si realizzano passando da una combinazione ad
un'altra e questo è possibile ponderando le utilità marginali per i
prezzi dei beni.
Per mostrare questo ragionamento all'opera, torniamo alle tabelle
dell'utilità, mettendo accanto alla tabella relativa al cibo quella
relativa ai CD:
QUANTITA'
|
UTILITA'
MARGINALE
|
UTILITA'
TOTALE
|
QUANTITA'
|
UTILITA'
MARGINALE
|
UTILITA'
TOTALE
|
1
|
80
|
80
|
1
|
35
|
35
|
2
|
30
|
110
|
2
|
30
|
65
|
3
|
20
|
130
|
3
|
25
|
90
|
4
|
10
|
140
|
4
|
20
|
110
|
5
|
8
|
148
|
5
|
15
|
125
|
6
|
5
|
153
|
6
|
10
|
135
|
7
|
2
|
155
|
7
|
9
|
144
|
Il problema è quello di trovare la combinazione di CD e cibo che costi
120 Euro e che dia l'utilità complessiva (la somma delle utilità totali
del cibo e dei CD) più alta possibile.
Si può vedere che l'utilità è massimizzata dalla combinazione di 4 unità
di cibo e 4 unità di CD. Infatti l'utilità totale complessiva è pari a
250 (140+110). Se avessi scelto la combinazione di 6 unità di cibo e 3 CD
(il costo è sempre di 120 Euro) avrei ottenuto solo 243 di utilità
complessiva (153+90), se avessi scelto 2 unità di cibo e 5 CD avrei
ottenuto un'utilità totale complessiva pari a 245 (135+110).
Si noti che la combinazione 4 unità di cibo e 4 unità di CD è la sola
per la quale le utilità marginali ponderate per i prezzi sono uguali (1
in entrambi i casi). Per le altre combinazioni le utilità marginali
ponderate del cibo e dei CD sono rispettivamente 0,5 e 1,25 nel primo caso
e 3 e 0,75 nel secondo caso.
Riassumiamo in termini più generali quanto abbiamo discusso fino ad ora:
La regola per massimizzare la soddisfazione del consumatore è
l'eguaglianza delle utilità marginali dei beni consumati ponderate per il
prezzo. In termini simbolici, considerando i beni A e B, possiamo
scrivere:

La regola può essere dimostrata intuitivamente in questo modo:
Se UMa/pa>UMb/pb l'ultima lira spesa nel bene A arreca una utilità
maggiore dell'ultima lira spesa nel bene B. Ciò significa che aumentando
la quantità acquistata del bene A e diminuendo quello del bene B posso
aumentare la mia soddisfazione. D'altra parte, consumando più A, la sua
utilità marginale tende a scendere, mentre consumando meno B la sua
utilità marginale tende a salire. In questo modo la differenza tra le
utilità marginali ponderate tende a diminuire.
Viceversa se UMa/pa<UMb/pb l'ultima lira spesa nel bene A arreca una
utilità minore dell'ultima lira spesa nel bene B. Ciò significa che
aumentando la quantità del bene B e diminuendo quello del bene A posso
aumentare la mia soddisfazione. In questo caso, consumando meno A, la sua
utilità marginale tende a crescere, mentre consumando più B la sua
utilità marginale tende a diminuire. Anche ora la differenza tra le
utilità marginali ponderate tende a diminuire.
Di conseguenza, non posso aumentare la mia soddisfazione solo quando UMa/pa=UMb/pb,
perché in qualsiasi direzione cerchi di cambiare la combinazione dei beni
consumati non posso ottenere nessun guadagno di utilità.
Prima di lasciare, almeno momentaneamente, questo argomento è utile
rammentare una differenza fondamentale tra la prima generazione dei
marginalisti (Jevons, Menger e Walras) e la seconda generazione (Pareto,
Edgeworth, Marshall, di cui avremo modo di occuparci in seguito) nel
concetto di misurabilità delle utilità.
La prima generazione fondava le sue riflessione sulla concezione
dell'utilità cardinale, mentre la seconda generazione non accettò tale
visione e passò ad una concezione ordinale dell'utilità.
La concezione dell'utilità cardinale si fondava sull'idea che l'utilità
fosse una grandezza compiutamente misurabile e confrontabile, a cui si
poteva attribuire addirittura un valore numerico (cardinale, appunto). Ad
esempio: un bene ha un valore pari a 7, mentre un altro bene ha un valore
pari a 10 e così via. Quindi ad ogni bene può essere attribuito un
preciso valore numerico.
La seconda generazione di economisti marginalisti contestò una tale
possibilità, poiché riteneva che non si potesse misurare precisamente il
livello di soddisfazione o di utilità che un bene poteva procurare. Il
consumatore, però, dispone di una scala di preferenze che gli consente di
ordinare i beni, organizzandoli in un campo ordinato di preferenze. Di
conseguenza, se un consumatore ha a disposizione i beni x, y,
u, z, egli può ordinarli in modo che: x sia
preferito a y, y sia preferito a u, ecc.. Con una
notazione più semplice: x P y, y P u, u P z.
Vedremo tra poco gli effetti che questo nuovo approccio determinerà
sull'analisi.
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